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"PREMESSA"

Messaggio  lucapassanisi il Ven Apr 26, 2013 5:32 am

Nell’immaginario collettivo l’auto storica è un oggetto di grande valore commerciale, molto diverso dall’automobile come la vediamo oggi sulle nostre strade. Possibilmente con un cavallino rampante, o un giaguaro o quanto meno un biscione visconteo appollaiato sul cofano. I miei coetanei ricorderanno una sigla tivù che recitava “Isotta, Isotta dai che ce la fai, strombetta metti la marcia e vai”.
La storia dell’auto però non l’hanno fatta i modelli da ottomila centimetri cubi o le vetture dei miliardari. L’hanno fatta soprattutto le Ford T, le Volkswagen Maggiolino, le Citroen 2CV e le FIAT 600. Poi hanno contribuito le altre, seguendo l’evoluzione tecnologica, le mode, i desideri della gente. Molte sono entrate nel paesaggio in un determinato periodo (penso alla FIAT 127), altre hanno detto la loro nell’automobilismo sportivo (penso alla Lancia Fulvia), altre sono diventate una icona dei fatti di cronaca (penso all’Alfetta), altre ancora sono state oggetto di sogni… proibiti dalle mogli (“TRY TO JUSTIFYING THIS TO THE WIFE” recitava una pubblicità della FIAT 128 Coupé in Gran Bretagna). E non a caso cito auto degli anni 70. Mi ricordo ancora quando nei bar il proprietario di una Nuova Giulietta spiegava che una BMW 320 poteva anche avere 6 cilindri ma non poteva vantare il ponte De Dion e i 4 freni a disco, animando il bar di chiacchiere, leggende e anche alcune verità su diverse auto più o meno prestigiose. Ricordo il diciottenne neo-patentato che applicava le strisce nere sulla sua FIAT 126 celeste (per l’esattezza “turchese farfalla”) vantandosi che quella macchina toccava i centotrentacinque. I giovanotti più fortunati giravano con l’Autobianchi A 112 Abarth, tassativamente rossa col cofano nero, mentre lo “sciupafemmine over 40” esibiva un tranquillo Maggiolone cabriolet nero con la capote bianca, con uno strano rumore allo scarico dovuto al kit venduto dalla Volkswagen per regalare dieci cavalli in più al suo generoso ma asmatico propulsore. È’ questo l’ultimo periodo prima che l’auto iniziasse la sua trasformazione in qualcosa di più simile a un elettrodomestico da voyeur, ma anche l’ultimo periodo – iniziato negli anni cinquanta – di una evoluzione tecnica che aveva finalmente reso l’auto affidabile e sicura, e che aveva visto protagonista l’industria automobilistica italiana.
Io, che sono del 1969, avevo da bambino i miei sogni automobilistici. Sogni però realizzabili. Mi piacevano la Lancia Stratos, la Dino GT4, la Maserati Indy. Ma quando vedevo passare una FIAT 128 Coupé mi giravo a guardarla, desiderandola come ho desiderato Megan Gale nei miei picchi di testosterone. Eppure non ha giaguari o cavallini rampanti sul cofano.
La FIAT 128 Coupé ha una storia, come l’hanno l’Alfasud, la SIMCA 1000, la Peugeot 504 e l’Opel Ascona. E ha una importanza che la rende storica non solo anagraficamente. Innanzitutto è una 128, quindi un concentrato di tecnologia meccanica all’epoca all’avanguardia e per molti aspetti ancora oggi insuperato. Ha avuto una vita sportiva molto particolare, fatta di tante piccole vittorie e trofei come poche altre automobili possono vantare. Cosicché proprio un esemplare di FIAT 128 Coupé è diventato mio, e quando lo porto a spasso suscito le curiosità dei ventenni che vanno in giro con la Smart e i ricordi dei sessantenni che adesso girano in Mercedes, ma che l’hanno avuta – o magari solo desiderata – quando tifavano per il Milan di Gianni Rivera o l’Inter di Sandro Mazzola. E, ammetto che – ardori giovanili – mi ha dato belle soddisfazioni nei confronti di spocchiose utilitarie ipervitaminizzate molto più recenti.
Ora questa vettura comincia ad essere riscoperta, e non solo dai cultori dell’auto storica. Il fatto che qualche anno fa sia uscito un libro sulla storia sportiva della FIAT 128 dimostra che la riscoperta di questa macchina è lenta ma sentita. Non credo che le 128 saranno mai oggetto di speculazione, ma sicuramente è iniziata la caccia agli esemplari di “128 Coupé” sopravvissuti alle ingiurie del tempo. Provo dunque a farvela conoscere meglio, sperando di alimentare la più genuina passione per le auto che hanno fatto la storia più che per quelle, bellissime, che però sono oggetto di speculazioni ed esibizionismi da parte di certi sedicenti amanti dell’auto storica.
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